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Stralcetti - IL VELENO DEL CUORE

 
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Inviato: Gio Nov 23, 2017 2:47 pm    Oggetto: Ads

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Risoli



Registrato: 07/08/09 12:39
Messaggi: 172

MessaggioInviato: Lun Ago 24, 2009 7:49 pm    Oggetto: Stralcetti - IL VELENO DEL CUORE Rispondi citando

Tratto dal CAPITOLO VI

...

Stolfo si fermò davanti alla porta del salottino e restò immobile per alcuni istanti. Era venuta a cercarlo. Aveva fatto un viaggio per vederlo. Aveva realizzato il suo inconfessato desiderio e la gioia stupida di un ragazzino lo scosse. Prese fiato ed appoggiò la mano sulla maniglia preziosa. Quando entrò, vide Eufrasia seduta sul sofà. In realtà non la vide affatto, nascosta dal suo caparbio lutto. La fissò senza espressione, poi sorrise sardonico e chiuse la stanza.
- Mio dio… Zoraide? – la salutò allusivo sul suo nome. Lei si voltò dietro il velo.
- Porti un vento di colorata allegria nella mia casa! – la prese in giro e lei lo scrutò con un tremolio di dissenso.
- Non siate irrispettoso, Stolfo – lo apostrofò. Lui inarcò le sopraciglia e la interrogò tacito.
- A cosa dovrei portare rispetto? –
- Al mio lutto – sbottò sentendosi stupida.
- Quale lutto? – si fece smarrito come un cucciolo.
- Non vedete che vesto di nero? – gli fece notare e questa volta si sentì idiota. Il duca non trattenne una grassa risata.
- Non voglio sindacare sulle tue scelte che non approvo… dimmi perché sei qui, deve trattarsi di una cosa importante, molto importante… oppure l’amore travolgente che ti scuote ti ha reso imprudente – sorrise suadente ed appoggiò la mano sul divano per avvicinarsi al suo volto. Zoraide arrossì sotto il velo e lui non se ne accorse.
- Ho bisogno di voi – affermò ferma.
- Tu hai sempre bisogno di me… da quando hai assaggiato il sapore delle mie labbra – fu volutamente pesante e lei fece spallucce per mascherare il turbamento.
- Non fatevi false illusioni… il motivo per cui sono qui è prettamente affaristico, se così possiamo dire – lo smorzò.
- Affari! Affari! Sempre affari! Mia cara, Zoraide, tu non sembri conoscere il divertimento… ti sei accorta che è in corso una festa? E dimmi… hai desiderato almeno per un attimo di parteciparvi? – fu sottile, ma lei non raccolse.
- Non sono avvezza alle gozzoviglie, non ne ricordo una nella mia vita. Le lascio a voi che vedo sapete apprezzarle più di me – fu amara. Suo padre non aveva mai organizzato un ricevimento, lamentando poi la sua mancanza di valide conoscenze. Ma quella era un’altra storia.
- Bene, Zoraide… ti sei fatta capire. Sono tutto orecchi, qual’è l’affare che sei venuta a propormi? – si sedette sulla poltrona ed accavallò le gambe. Solo allora la donna svelò il viso e fu una cattiva idea perché incontrò gli occhi del duca che non le risparmiarono un’insistenza imbarazzante. Trattenne il respiro per non arrossire.
- Si tratta di Aldo – disse secca e Stolfo non reagì.
- Chi è Aldo? – le chiese, deludendola. Era sempre stata convinta che lui lo conoscesse, che sapesse il nome di chi era stata sul punto di sposare. Era così, lo rammentava bene. Alzò il sopraciglio recriminante.
- Non lo vuoi dire chi è Aldo? – e capì che stava giocando con la sua sensibilità.
- Lo sapete benissimo chi è – si stizzì.
- Non lo ricordo – sibilò.
- E’ l’uomo che avete visto accanto a me in quella chiesa, quel giorno… davanti all’altare – ed abbassò lo sguardo che vacillò.
- Quale giorno? – insistette e Zoraide lo saettò. In un attimo Stolfo vide in lei una fragilità che lo intenerì, anche se decise di non lasciarsi commuovere.
- Allora? Quale giorno? – si fece pungente, senza ricevere risposta.
- Di quale giorno? – e scattò imprevisto, parandosi davanti a lei ed assediandola con le mani appoggiate sul divano ai suoi fianchi. Ancora una volta il suo viso era vicinissimo.
- Non siate crudele… - storse il naso senza riuscire a guardarlo. La sua voce era fievole e sembrava che stesse per piangere.
- Il tuo matrimonio… - sospirò alla fine, tornando alla poltrona. Ridacchiava indifferente al suo dolore. Ci fu un lungo silenzio ed entrambi pensarono che le cose erano andate davvero male e che le scelte erano state obbligate.
- Lasciami indovinare… sei qui perché vuoi la sua morte ed io sono un professionista, la chiave che apre tutte le tue porte, la tua carta vincente… - ed era velenoso, ma Zoraide lo lasciò fare.
- Io dispenso morte come Dio dispensa vita, vero? – rasentò il delirio di grandezza. Lo fissò compatendolo e poi sorrise minacciosa.
- Voi sapete fare di meglio – lo sorprese. Dove voleva arrivare quel demone travestito da angelo?
- Non è forse vero che la morte non è una vendetta, bensì un regalo? Forse il più bello che si possa fare ad un nemico – sentenziò e lui dovette ritrovare se stesso per tenerle testa.
- Non è forse meglio la rovina, la miseria, la solitudine? Siete d’accordo con me, Stolfo? – continuò capziosa. Il duca non la interruppe.
- Non lo voglio morto, lo voglio vivo ed attento, voglio che senta il dolore che voi, abile come siete, saprete procurargli – concluse freddamente, il suo sguardo nero aveva i bagliori cristallini del ghiaccio.
- Abile come sono… mi lusinghi, Zoraide… e non è da te – osservò sospettoso.
- So riconoscere l’altrui valore –
- Mi sbaragli ogni volta di più, il fatto che sei qui è già motivo di confusione per me – temporeggiò.
- Ditemi solo se accettate questo nuovo incarico – fu concisa.
- Non accetto appuntamenti al buio – si difese.
- Dimenticate che mi dovete la vita – non gli risparmiò il colpo che aveva tenuto in serbo sin dall’inizio.
- No, Zoraide… abbiamo solo pareggiato i conti –
- Siete stato pagato, Stolfo… allora vi ho dato il pattuito senza battere ciglio e quando si è pagati per un lavoro, non sussiste più alcun debito. Perciò, voi mi dovete la vita, mentre io la mia l’ho riscattata da tempo – si spazientì. Osservò la sua grinta ringhiante, la sete di vendetta era cresciuta a dismisura in quei mesi.
- Un servizio gratuito… ma sei un’amica e posso fare un’eccezione – concluse. Zoraide sorrise.
- Mettetela come volete, Stolfo… a me va bene anche così – fu secca.
Il suo respiro a scatti era agitato, solo l’idea di vedere Aldo a pezzi la eccitava. Il duca la assecondava e si chiese se non sarebbe stato meglio tentare di dissuaderla. Decise di provarci, sapendo di perdere in partenza.
- Perché non dimentichi il passato, Zoraide? – osò e lei non trattenne un’espressione di disprezzo.
- Non dimenticherò nulla, mai! Chi mi ha anche solo scalfita deve pagare – scandì le parole.
- Non credi di avere causato abbastanza dolore? – continuò invano. Lei alzò un sopraciglio.
- Parlate di mio padre? – sbuffò e Stolfo annuì.
- Ha avuto ciò che meritava, ho bilanciato la partita. Sapete bene che non è nel mio carattere sopportare delle imposizioni – giustificò se stessa. L’uomo non smise di guardarla, provando una specie di pietà causata dal suo veleno e dall’inquietudine che la vita le dava.
- Non pensi mai al perdono? – le chiese flebilmente. Il suo pulpito non era il migliore per mettersi a parlare di certe cose.
- Le mie lacrime, duca… sono state tante e le mie illusioni… ne sento ancora l’agonia dentro e voi siete un uomo di mondo, dovreste capire il mio stato d’animo… No, non penso mai al perdono… non conosco questo concetto perché a me non è mai stato riservato – ed il suo tono era rotto, disperato; il suo cuore era spezzato in due ed era un’utopia credere di poterlo sanare. Stolfo non la contraddisse, conosceva le sue sensazioni, le aveva provate sulla pelle, i motivi erano stati diversi, ma il male non conosceva differenza.
- Ma non voglio trattenervi oltre, duca… i vostri ospiti stanno reclamando la vostra presenza – cambiò discorso ed anche modo di fare. Si diresse verso la porta.

...

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